La risonanza magnetica (MRI) è una tecnica di rilevanza diagnostica ormai ben nota, spesso insostituibile per la sua capacità di caratterizzare i tessuti.

La maggior parte degli scanner in uso utilizza campi magnetici statici da 1,5 T (tesla) mentre sono di recente introduzione scanner da 3T, di impiego più frequente in ambito neuroradiologico e in istituti di ricerca.

E’ stato calcolato che circa il 75% dei pazienti portatori di PM/ICD necessiterà di un esame con risonanza magnetica nel corso della loro vita, motivo per il quale l’industria dei pacemaker e dei defibrillatori da anni ha investito per sviluppare tecnologie compatibili.

Il primo pacemaker compatibile con la MRI è entrato in commercio nel 2011 ma la MRI in Italia è ancora vietata dalla legge (di oltre 20 anni fa) in tutti i portatori di un device cardiaco (per il rischio che i campi magnetici generati possano danneggiarne i componenti o inibirne la funzione, ma anche triggerare un pacing ad alta frequenza ventricolare o provocare shock inappropriati). Le linee guida scientifiche non controindicano invece l’esame nei pazienti con dispositivi MRI-conditional (a condizione che siano rispettati i parametri di sicurezza richiesti: protocolli di imaging, monitoraggio sia della funzione del dispositivo che dei parametri del paziente durante l’esame).

Ci troviamo in una fase di transizione caratterizzata da una normativa obsoleta che stenta a recepire la veloce dinamica dell’innovazione tecnologica.

Esistono tuttavia significative differenze tra i vari dispositivi e anche l’attuale nomenclatura dei pacemaker e defibrillatori MRI-compatibili è fonte di ambiguità e di interpretazioni scorrette: il termine conditional significa che l’impiego è condizionato ad una serie di variabili (intensità di campo, tipo e qualità degli impulsi di radiofrequenza, regioni di interesse).

E’ verosimile che in futuro tutti i device siano MRI-compatibili con tutti i tipi di risonanza magnetica (1,5 e 3 T) e con tutti i distretti anatomici (full body scan).