Negli ultimi anni sono state sviluppate nuove tecniche che consentono la rimozione transvenosa degli elettrocateteri (laser, radiofrequenza, estrattori meccanici).

La loro efficacia e relativa sicurezza hanno permesso di riconsiderare le indicazioni alla rimozione, estendendole a tutti i casi di infezione dell’apparato di stimolazione nonché a casi selezionati di elettrocateteri disfunzionanti non infetti.

La tecnica di rimozione transvenosa (vena succlavia, giugulare, femorale), pur essendo una tecnica complessa a causa delle ampie aree di fibrosi che si determinano intorno agli elettrocateteri dopo anni dall’impianto, va attualmente considerata la me­todica principe per la rimozione degli elettrocateteri infetti o malfunzionanti.

Negli impianti recenti spesso gli elettrocateteri possono essere estratti con la semplice trazione manuale, altrimenti è necessario l’utilizzo di dilatatori meccanici (in polipropilene) che vengono avanzati lungo il corpo dell’elettrocatetere permettendo la dissezione delle aderenze che si sono determinate nel corso del tempo tra i cateteri e le pareti venose e/o cardiache. Il limite consiste nella difficoltà di superare aderenze molto resistenti o calcifiche che richiedono l’utilizzo della strumentazione laser.

Questa consta di speciali sonde a fibre ottiche che emettono un fascio laser circoscritto, permettendo così una rimozione precisa e controllata esclusivamente del tessuto che circonda direttamente il corpo dell’elettrocatetere. Essa può essere utilizzata in caso di insuccesso della trazione manuale o con dilatatori meccanici, ma può essere considerata anche come primo approccio nelle procedure più complesse per la presenza di più cateteri o per impianti di lunga data.

L’estrazione dei cateteri è una procedura potenzialmente pericolosa. Le possibili complicanze comprendono la mancata estrazione di un catetere infetto, fratture dei cateteri e migrazione di frammenti nel sistema vascolare, avulsione di vene e di tessuto miocardico (muscolo, valvola tricuspide), rottura delle vene e della parete cardiaca con conseguenti emotorace, tamponamento e morte. Le complicanze perioperatorie maggiori (tamponamento cardiaco, embolia polmonare, migrazione dei cateteri, morte) sono osservate in percentuale tra l’1.5 ed il 2% dei pazienti; le complicanze minori in un 1.4% addizionale.

Le procedure di rimozione transvenosa generalmente sono eseguite in anestesia locale, assicurando il monitoraggio continuo dell’ECG e della pressione arteriosa cruenta; deve essere assicurata la possibilità di trattare ogni eventuale complicanza, disponendo dello standby cardiochirurgico.

Oggi la tecnica di estrazione percutanea effettuata da operatori esperti permette la rimozione di più del 98% dei cateteri intravascolari. Raramente pertanto si rende necessario ricorrere ad un approccio cardiochirurgico.